Autore: Dott.ssa Manuela Navacci

La nostra specie è frutto di una evoluzione millenaria che, attraverso la selezione, ha portato allo sviluppo di sistemi raffinatissimi di controllo 

Nell’epoca di internet, in cui ognuno di noi ha accesso in ogni momento ad una quantità di dati e notizie che non ha pari nella storia dell’umanità, paradossalmente alcune domande basilari sembrano rimanere senza una chiara risposta: cosa e quanto mangiare?
In questa parte del mondo difficilmente potremo assistere a situazioni di denutrizione, piuttosto possiamo constatare casi di malnutrizione, dove il numero di calorie e la quantità di energia introdotta risultano più che sufficienti e anzi, spesso, troppo abbondanti mentre ciò che è sbagliato è invece la composizione della dieta, che può da un lato condurre a squilibri e dall’altro a carenze. Ma come hanno fatto i nostri avi a sopravvivere senza sapere cosa e quanto mangiare?

Le nostre difese naturali

Per fortuna, la nostra specie è frutto di una evoluzione millenaria che, attraverso la selezione, ha portato allo sviluppo di sistemi raffinatissimi di controllo che permettono all’organismo di registrare carenze energetiche o idriche, oltre a prevedere l’attivazione di rapidi meccanismi per tamponare l’emergenza ed evitare danni organici.
In particolar modo, a livello dell’ipotalamo, la parte del nostro cervello deputata al controllo, si trovano una serie di circuiti neuronali deputati alla gestione del bilancio energetico, che ricevono ed elaborano informazioni provenienti dalla periferia. Tra questi troviamo i neuroni oressigeni, sollecitati da segnali di fame, in particolare da un ormone chiamato grelina, stimolano l’assunzione di cibo, e i neuroni anoressigeni, stimolati da segnali di sazietà, in particolare indotti dagli ormoni leptina e insulina che inibiscono l’assunzione di cibo.
Questi due centri sono quindi responsabili dei comportamenti alimentari in risposta ai segnali periferici; la grelina, secreta a livello del fondo dello stomaco e del pancreas, è in grado di stimolare l’appetito, di contro la leptina, ormone secreto a livello del tessuto adiposo in stato di corretta nutrizione, è in grado di provocare sazietà; altro ormone regolatore del comportamento alimentare è l’insulina, ormone proteico secreto dalle cellule delle isole di Langerhans del pancreas a seguito del pasto.
Questi sono solo alcuni degli ormoni che segnalano lo stato energetico della cellula, e quindi dell’individuo, regolandone il dispendio energetico (più energia, maggiore è la propensione al dispendio energetico) e il comportamento alimentare. E allora, se è così facile ascoltare questi segnali, come è possibile che sia così difficile capire quanto e cosa mangiare?

Perché i cibi dolci ci attraggono

Il fatto è che questi sistemi si sono evoluti agli albori della storia dell’uomo, quando eravamo cacciatori e raccoglitori e il problema principale era semmai mangiare troppo poco, mai sicuramente mangiare troppo, e i meccanismi fisiologici puntavano alla salvaguardia della specie, quindi all’incamerare quantità più possibile ingenti di calorie. Così la scelta, a livello istintivo, si è sempre diretta verso i cibi più dolci, che rappresentavano un grosso introito energetico sotto forma di zuccheri, quali miele, frutta matura, ed una istintiva diffidenza per cibi aspri e amari che potevano rappresentare una fonte di frutta non matura o in cattivo stato di conservazione, quindi potenzialmente dannosa per la salute.
Ecco quindi che il nostro istinto di conservazione ci porta a preferire cibi dolci e grassi, anche come memoria del primo pasto accogliente della nostra vita, il latte materno, così carico di energia e anche di segnali di accoglienza e protezione. Fin qui tutto bene, siamo quindi naturalmente attirati verso quello che ci fa bene e ci dà energia, e quando il livello di energia è ottimale, segnali interni interrompono la ricerca del cibo. Questi segnali rischiano però di entrare in crisi quando ci si trova in presenza di cibi molto zuccherini, lavorati, con molti additivi, che sovrastimolano i nostri sensi e alterano i nostri segnali di fame e sazietà, portandoci a mangiare in modo poco fisiologico.


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