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Giocare per crescere

Autore: Dott. Thomas Marcacci

Il gioco riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo cognitivo del bambino e gli permette di relazionarsi con gli altri rappresentando dinamiche non esprimibili in modo consapevole

Parafrasando Shiller, potremmo dire che “l’uomo diventa pienamente tale solo quando gioca”. Paolo ha 3 mesi, la mamma lo tiene in braccio, lo sta allattando. Paolo è sazio; tiene, però, ancora in bocca il capezzolo: lo mordicchia con le gengive, poi lo lascia andare, lo cerca con la bocca e lo riprende… la mamma gli dice: “Lo so che non ne vuoi più… vuoi giocare”. Paolo ha ora 3 anni, è seduto sul tappeto e tiene in mano una macchinina. La sta facendo andare avanti e indietro, accompagna il movimento con il rumore della bocca: “Broooomm” e con qualche parola: “Salta! Via, veloce!”. Intrappola la macchina nel pongo, fa un grande sforzo per liberarla, la ripulisce accuratamente; poi tira il pongo addosso al fratello più piccolo. Paolo ha 6 anni, è in giardino con il padre e sta provando ad arrampicarsi su un albero. Non ci riesce e scivola giù. “Forse puoi provare a mettere il piede su questo appoggio”, gli propone il padre, abbastanza lontano da dargli l’impressione di fare da sé ma abbastanza vicino da prenderlo qualora cada. Paolo ha 9 anni, è al parco e gioca a calcio con gli amici. È davanti alla porta avversaria, fa una finta e poi tira, spiazzando il portiere: gol! Cosa ha fatto Paolo in questi momenti diversi della sua vita? In una parola: ha giocato.

Cos’è il gioco

Il gioco indica un insieme vasto di attività e funzioni unite in un processo complesso, che accompagna il bambino nella sublime avventura dello sviluppo di sé. In ognuno degli esempi sopra riportati, sono coinvolti tanti ambiti, sempre legati tra loro, rispetto ai quali si può considerare lo sviluppo psicologico: percezione, cognizione, emozionie socialità.

Il gioco nel neonato

Una certa forma di gioco comincia fin dalle primissime fasi della vita, come possiamo riflettere pensando al nostro primo esempio. All’inizio per il neonato vi è soprattutto percezione. L’attività è rivolta alla ricerca di sensazioni piacevoli e gratificanti; non solo il latte che nutre ma, anche, la stimolazione della zona della bocca, investita di grande rilevanza, e la scoperta del proprio corpo. Il piccolo agita le proprie manine e scalcia, incontrando la resistenza calda e morbida del corpo della mamma; si calma con l’oscillare ritmico del corpo e della voce; piano piano diventa attratto in particolare dai volti che si rivolgo a lui. Attraverso tutte queste esplorazioni sempre di nuovo ripetute, il piccolo un po’ per volta comincia a “farsi una pelle”, a distinguere fra sé e non sé. Anche la mamma scopre il proprio figlio giocando con lui, attraverso tante piccole prove: ne impara le risposte ed esplora le reazioni con le loro progressive diversità, di giorno in giorno. Il gioco della loro relazione diviene come musica, che trova la sua armonia nella conoscenza della risposta dell’altro.

L’oggetto transizionale

La scoperta della distinzione tra sé e l’altro, che coincide circa con l’inizio del secondo anno di vita, comporta anche il problema della gestione della separazione dalla mamma, che ora il bambino non percepisce più come un tutt’uno con sé. Di frequente, in questa fase, il piccolo si lega particolarmente a un gioco o a un oggetto che pretende avere sempre con sé, spesso un peluche ma anche un semplice pezzo di stoffa, come Linus con la sua coperta. Questo oggetto, chiamato “transizionale”, diviene per il piccolo una sorta di mediatore, che lo aiuta a sentire che la distanza e la separazione non comportano l’annullamento: la mamma c’è, anche se non è sempre disponibile. È come se il bambino sentisse che nell’oggetto c’è un po’ di mamma (“profumo di mamma”) e, allo stesso tempo, anche un po’di se stesso. Purtuttavia, l’oggetto non è completamente mamma né completamente sé. Il bimbo, appoggiandosi a questo oggetto, transita in questa esperienza intermedia, fino a poter tollerare la piena separatezza tra ciò che appartiene a sé e ciò che è fuori.


 
Giocare per esprimersi

Tra il primo e il secondo anno di vita, tutto il modo di usare gli oggetti cambia: mentre nel corso dei primi mesi gli oggetti erano prevalentemente esplorati attraverso un gioco percettivo-motorio, mordendoli, sbattendoli, tirandoli e provando a disporli in vario modo, verso il secondo anno si affaccia la possibilità di una dimensione più simbolica. Le parole cominciano ad accompagnare le azioni, in una stimolazione reciproca; gli oggetti e il gioco con essi possono rappresentare anche situazioni differenti dalla presente, essere espressione dell’immaginazione del bimbo e anche delle dinamiche presenti nel suo inconscio e ancora non pensabili né esprimibili in modo consapevole. Nel nostro esempio iniziale, la macchinina di Paolo è ben più che un oggetto da sbattere: forse è parte di un’avventura fantastica, che stimola l’immaginazione, la curiosità e il desiderio di imparare le parole per comunicarla; forse è come la macchina del padre, che però, nella sua fantasia, è Paolo a guidare; forse, poi, rappresenta Paolo stesso, il suo desiderio di essere potente e andare veloce e, in questo caso, il pongo potrebbe rappresentare invece qualcosa di fastidioso in cui Paolo si sente intrappolato, la sensazione di essere sporco e incapace, un’emozione che non sa pensare né esprimere ma di cui desidera liberarsi, magari proprio proiettandola sul fratello, tirandogli il pongo. Si può vedere qui come gli aspetti percettivi, motori, cognitivi ed affettivi più profondi siano tutti stimolati e chiamati in causa anche nel gioco più semplice. Attraverso questo esempio si può comprendere come il gioco possa essere considerato una finestra sull’evoluzione delle dinamiche psicologiche del bambino. Proprio tale finestra può consentire di accorgersi se la traiettoria di sviluppo abbia delle complicazioni e, al bisogno, porvi rimedio, anche con una Psicoterapia.

 La relazione con l’adulto

Come abbiamo visto dal primo esempio, fin da subito vi è una dimensione del gioco di grande rilevanza: l’essere in relazione. Attraverso i diversi momenti della crescita, il gioco è infatti un modo in cui il bambino si confronta non solo con sé stesso ma anche con gli altri. Se all’inizio della vita il contesto relazionale del bambino ha come riferimento principale la madre e la coppia genitoriale, crescendo, l’orizzonte sociale si estende, intrecciandosi con l’attività del gioco. Vi possono essere, qui, esperienze differenti. Da un lato, capita che il bambino si trovi a giocare con qualcuno più esperto di lui, un adulto o un altro bimbo. In questo caso, con l’esempio o l’incoraggiamento dell’altro, possono svelarsi al piccolo delle possibilità che gli sono già proprie ma che ancora da solo non potrebbe mettere in pratica. È come se ci fosse, per il bambino, una zona di sviluppo potenziale, costituita dalle acquisizioni della cultura in cui egli è immerso, che può divenire reale sviluppo soggettivo attraverso la relazione. L’adulto che gioca con il bambino, in questo caso, fa come il padre quando Paolo vuole arrampicarsi sull’albero: non sottrae al bambino la possibilità di fare un passo in avanti nel suo sviluppo, prendendolo in braccio e risolvendogli il compito, né gli propone un appiglio troppo alto da raggiungere, facendolo sentire frustrato e incapace; trova la giusta distanza, o meglio, quella che in quel momento funziona sufficientemente bene da consentire al figlio di imparare una cosa nuova che da solo non avrebbe scoperto. E proprio “trovare la distanza”, forse, è una parte fondamentale della difficile arte di fare il genitore.

Il rapporto con i coetanei

In altre situazioni, sempre più spesso con il passare degli anni, il gioco trova come ambito sociale privilegiato quello dei coetanei. È soprattutto con l’inizio dell’asilo e della scuola che il bambino si trova a giocare con i suoi pari. Qui le regole della socialità vengono apprese e sperimentate, prima in modo spontaneo, poi in modo sempre più strutturato, come avviene, ad esempio, attraverso quella particolare forma di gioco che è lo sport. Attraverso il gioco in relazione, inoltre, il bambino scopre man mano aspetti importanti del funzionamento della mente stessa. Scopre che se da una parte gli altri percepiscono similmente una realtà che condividono, dall’altra possono avere pensieri differenti sulla medesima realtà: può, quindi, chiedersi cosa gli altri stiano pensando e provando o, magari, cosa potrebbero pensare se “facesse finta che”. È proprio quello che succede a Paolo quando, seguendo le medesime regole degli altri in una partita di calcio, induce il suo avversario ad una falsa credenza, per fare gol. Per concludere, possiamo affermare che attraverso ogni età, l’imprescindibile valore del gioco è l’esplorazione e l’espressione dei propri desideri e l’esercizio delle proprie possibilità in un contesto protetto, ossia dove la realtà è un gioco. Nello stesso tempo, questa esplorazione delle proprie capacità è resa piacevole e, quindi, stimolata proprio dal carattere giocoso dell’esperienza. In questo senso, si può ben dire che il gioco sia il motore e anche la benzina dello sviluppo dell’individuo.